In Islanda sono già iniziate le prime operazioni di voto per il referendum sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Unione europea, in programma nel Paese il prossimo 29 agosto. La consultazione ha riaperto un dibattito che divide l’Islanda da oltre un decennio.
A partire dal 27 luglio hanno preso il via, in Islanda e all’estero, le operazioni di voto per corrispondenza, previste per gli elettori che non possono votare il giorno della consultazione o recarsi a un seggio elettorale. I cittadini islandesi possono votare presso gli uffici dei commissari distrettuali in tutto il Paese, presso alcuni uffici comunali e presso le ambasciate e i consolati all’estero. Sono stati allestiti circa 50 seggi elettorali in patria e circa 130 all’estero.
Secondo quanto si legge sul sito del ministero dell’Interno islandese, è possibile votare all’estero presso le missioni diplomatiche islandesi, i consolati generali di Winnipeg (Canada), Tórshavn (Isole Faroe) e Nuuk (Groenlandia), nonché presso i consoli onorari. L’unica eccezione è la missione permanente islandese presso la NATO a Bruxelles, dove non sarà possibile votare.
Il referendum porrà agli elettori un’unica domanda: “Riavviare i negoziati sull’adesione dell’Islanda all’Unione europea?”. La domanda è già stampata sulla scheda elettorale, con due sole opzioni: sì o no. Il risultato è consultivo e non vincola il parlamento né il governo.
Il registro elettorale è stato pubblicato il 24 luglio. Hanno diritto di voto i cittadini islandesi di età pari o superiore a 18 anni con residenza legale in Islanda, nonché i cittadini che si sono trasferiti all’estero negli ultimi 16 anni. I cittadini stranieri residenti in Islanda non hanno diritto di voto nei referendum nazionali.
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La Commissione elettorale nazionale prevede che il voto anticipato rappresenterà tra il 15 e il 20 per cento dei voti, in linea con le elezioni precedenti, sebbene i funzionari abbiano osservato che non vi sono molti precedenti per lo svolgimento di una consultazione nazionale alla fine di agosto.
Ai sensi della legge elettorale n. 112/2021, la commissione è anche responsabile della produzione di materiale informativo ufficiale e neutrale che spieghi il quesito referendario. Gli elettori possono accedere al materiale tramite il sito web dedicato e un opuscolo informativo stampato, che verrà distribuito alle famiglie nelle prossime settimane. La commissione ha stimato i costi per lo svolgimento del voto tra i 500 e i 600 milioni di corone islandesi (tra 3,5 e 4,2 milioni di euro).
Il governo islandese ha accelerato lo scorso marzo il dibattito pubblico sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Unione europea, sulla scia dei problemi economici e, soprattutto, delle preoccupazioni per la sicurezza derivanti dalla guerra in Ucraina e dalle minacce degli Stati Uniti di annettere la Groenlandia.
Tuttavia, l’idea di rilanciare il percorso di adesione all’UE faceva già parte del programma del governo di coalizione guidato dalla premier Kristrún Frostadóttir dopo il suo insediamento, alla fine del 2024. Il documento programmatico, concordato il 21 dicembre 2024 dall’Alleanza socialdemocratica, dal Partito della Riforma e dal Partito Popolare, impegnava i tre partiti a indire un referendum entro il 2027, una scadenza poi anticipata a causa dei timori suscitati dall’amministrazione statunitense.
Frostadóttir ha annunciato la data ufficiale del referendum il 6 marzo 2026. Successivamente, il Parlamento ha approvato la consultazione il 28 maggio, ponendo fine ad anni di stallo politico nei rapporti tra l’Islanda e l’UE. Nell’Althingi, il parlamento islandese composto da 63 seggi, 34 membri hanno votato a favore, otto contro e 14 si sono astenuti.
Citata dai media islandesi, la premier Frostadóttir ha esortato, il 27 luglio, gli elettori ad andare oltre la retorica della campagna in vista del referendum, sostenendo che i cittadini sono in grado di prendere una decisione consapevole. Kristrún ha affermato che, alla luce del mutato contesto internazionale, questo è un momento favorevole perché l’Islanda valuti la riapertura dei negoziati di adesione all’UE. Ha citato la crescente incertezza in Europa e ha descritto l’interesse del presidente statunitense Donald Trump per la Groenlandia come un motivo di seria preoccupazione.
Kristrún ha inoltre sottolineato che il prossimo referendum riguarda la ripresa dei negoziati tra l’Islanda e l’UE, non l’adesione del Paese al blocco.
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“La gente non è stupida”, ha affermato, sostenendo che gli elettori comprendono la differenza tra autorizzare i negoziati e prendere una decisione definitiva sull’adesione. Ha aggiunto che, pur sostenendo la riapertura dei negoziati, rimane critica nei confronti di alcuni aspetti dell’Unione europea e ritiene che il confronto con Bruxelles sia il modo migliore per stabilire quali condizioni l’Islanda potrebbe ottenere.
L’Islanda aveva presentato domanda di adesione all’UE nel luglio 2009, in seguito al crollo del suo settore bancario, e i negoziati formali avevano preso il via l’anno successivo. Le trattative si interruppero però nel 2013, quando un governo di centrodestra decise di sospendere il processo di adesione. Nel 2015, Reykjavík ha formalmente informato Bruxelles di non voler più essere considerata un Paese candidato all’adesione all’UE.
Da allora, l’Islanda è rimasta strettamente integrata con l’Europa attraverso lo Spazio economico europeo (SEE), l’area Schengen e l’Associazione europea di libero scambio (EFTA), pur rimanendo al di fuori dell’UE. Il ministro degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir ha affermato che tale allineamento potrebbe consentire di concludere i negoziati in circa 18 mesi. Tuttavia, sebbene l’Islanda sia un membro fondatore della NATO, non possiede un proprio esercito e per decenni si è affidata agli Stati Uniti per la propria protezione.
Nonostante i progressi tecnici, restano nodi politici rilevanti. In particolare, i diritti di pesca — un settore chiave dell’economia islandese — sono sempre stati al centro dei negoziati con Bruxelles. Tuttavia, dopo la Brexit, alcuni analisti ritengono che il tema possa pesare meno rispetto al passato.
In ogni caso, anche con un voto favorevole da parte dell’elettorato, servirebbe un ulteriore referendum al termine dei negoziati prima di poter formalizzare l’ingresso nell’Unione.
La consultazione islandese si inserisce in un momento di fermento sul fronte dell’allargamento europeo, con Bruxelles impegnata anche nei percorsi di integrazione di altri Paesi candidati dei Balcani e dell’Europa orientale. L’Islanda, piccolo Paese senza esercito ma con una posizione geografica strategica, potrebbe così diventare un simbolo di come le priorità geopolitiche e di sicurezza influenzino i processi di integrazione.

